Social Media e Privacy: gli Utenti sono gli Unici a Pagare.
Ho scritto qualcosa sulla vicenda dell'infermiera dell'Ospedale di Udine che ha pubblicato su Facebook immagini di alcuni pazienti del reparto di Terapia intensiva. Tuttavia leggendo le lettere pubblicate sul Messaggero Veneto (giornale locale) e i commenti dei lettori delle edizioni on line di altri giornali, mi rendo conto di quanto quello della privacy sia diventato un problema intricato e di difficile comprensione.
Molti si chiedono il perché dell'accanimento mediatico, che effettivamente c'è stato, nei confronti dell'infermiera, quando la stampa sbatte spesso in prima pagina privati cittadini facendo spettacolo del loro dolore e di miserie personali e collettive. E poi si chiedono anche perché si debba continuare a considerare sacra la privacy quando il successo dei reality show si basa sull'esibizione più o meno spontanea della vita privata da parte di gente comune e personaggi pubblici.
Domande queste che non mi paiono campate in aria, perché non si può negare che spesso, molto spesso, lo spettacolo prenda il posto della notizia e che le inchieste che diventino forme di voyeurismo. E' successo con il delitto di Cogne. E' successo ogni volta in cui sono state pubblicate intercettazioni telefoniche. E' in parte successo con il terremoto in Abruzzo. Ed è, infine, successo proprio ne caso in esame, ossia del caso dell'infermiera che ha innavvertitamente pubblicato le immagini su Facebook. Di questa giovane sono state infatti rese note le generalità, la zona della città in cui si è da poco trasferita e le sue abitudini d'uso di Facebook. Sono state pubblicate, dunque, sul suo conto molte informazioni personali non utili a dare la notizia, ma a costruire uno scoop che alla fine si è rivelato un flop.
E' vero inoltre che l'esibizione della vita privata delle persone da parte dei reality show e di programmi televisivi come Uomini e Donne e C'è posta per te svaluta l'idea di riservatezza nell'immaginario collettivo. Poco importa se ad essere esibita sia la vita privata di persone in carne ed ossa o quella di personaggi inventati dagli autori dei programmi.
Tuttavia la privacy continua ad essera un bene prezioso, se non altro perché ci consente di condividere qualcosa con chi vogliamo. Se le nostre vite fossero permanentemente in vetrina potremmo solo pubblicare, non condividere. E poi in un mondo di vite in vetrina ci sarebbe sempre chi gode di un punto di osservazione privilegiata, proprio come il guardiano del Panopticon, carcere dalla forma radiocentrica, emblema dell'ascolto-sorveglianza. C'è da chiedersi se ci stiamo muovendo in questa direzione.
Direi di sì. I confini della privacy si stanno affievolendo, ma solo in un certo senso. I cittadini non hanno strumenti per difendersi da chi, come Facebook, si appropria dei loro dati personali. Però, nel momento in cui sono loro ad infrangere la legge corrono il rischio di essere sbattuti in prima pagina dai media tradizionali e di dover rispondere di fonte ad un giudice per reati che vengono abitualmente commessi dai grandi che raccolgono, talvolta in maniera subdola, dati personali via Web; senza correre il rischio che questi reati vengano loro contestati. E per di più i reati di violazione della privacy commessi dai cittadini-utenti, solitamente per ignoranza o leggerezza, vengono da loro compiuti utilizzando gli stessi canali attraverso i quali altri si appropriano regolarmente dei loro dati personali.